La Storia 21 aprile 2015 – Posted in: Diario di bordo

“Ma chi te lo ha fatto fare, tu sei pazzo!”.

Furono proprio queste le parole di “un amico” al mio rientro in Italia. Sai, quelle che si dicono tanto per dire, ma che poi ti lasciano un po’ il segno, ripensandoci un po’.

“Come è andata? Cosa facevi lì? Perché sei tornato?”. La mia preferita però era questa: “Li hai visti i canguri?”. Durarono mesi e mi sommersero come un oceano sul Titanic. Ma poi mi ci abituai, come ci si abitua al ronzio delle zanzare di notte, in piena estate.

Eh sì. Ero tornato in Italia dopo 2 anni di Australia ed ero felice, come non mai. Un po’ per famiglia e amici ritrovati, un po’ per i sogni rincorsi e nalmente incontrati.

Ero partito con una laurea in tasca, una corona sulla testa e tanta speranza. Sì, quella di chi parte alla ricerca di fortuna verso una terra sconosciuta. Quando si pensa all’Australia, poi, vengono in mente solo sursti, spiagge e artisti un po’ ovunque. L’Australia è questo ma anche tanto altro, nel bene e nel male.

Cosa trovai al mio arrivo?

Trovai una capanna in legno, una di quelle che si vedono nei lm d’avventura. Una di quelle dove lavorano un pezzo di legno senza forma e lo fanno diventare un’opera d’arte. In questo caso l’arte era una tavola da surf ed io soltanto l’aiutante dell’aiutante dell’artista: ricordo ancora l‘odore del legno.

C’era del lavoro duro da fare? Ero il primo sulla lista, ogni giorno.

Le mie giornate però non erano solo questo. Il lavoro era intenso, ma mi lasciava del tempo anche per me, a ne giornata. Il mio posto di lavoro si trovava vicino ad una spiaggia, proprio di fronte l’oceano. Ogni pomeriggio, quindi, prima di tornare a casa, facevo una nuotata liberatoria per rinfrescarmi un po’ le idee, e non solo. Poi, rimanevo a ssare il tramonto e ascoltavo il rumore delle onde per un po’.

La sera c’era la cena ed era una festa di colori. Eravamo in 5 in casa, e tutti di culture diverse. Assaggiavamo pietanze tipiche delle origini altrui, raccontavamo storie e ridevamo, tanto. Poi si era soliti uscire a bere qualcosa, per ricominciare la giornata il giorno successivo, sempre uguale.

Il weekend però era un po’ diverso. Imparavo a rimanere in piedi su una tavola da surf e inviavo qualche schizzo via e-mail in Italia ad Andrea e Marco, i miei amici d‘infanzia. Alla mia partenza, infatti, non avevo lasciato solo persone ma anche una passione e un progetto, ormai abbandonati in un cassetto. Insieme ad Andrea e Marco avevo provato ad esprimere la mia arte disegnando su delle magliette. Come era andata? Non come sperato, ma loro stavano continuando senza di me (o quasi).

Le mie e-mail ai miei due amici erano appunti presi al mattino, di corsa, mentre me ne stavo sull’autobus. Mentre dal nestrino guardavo arte di strada e paesaggi selvaggi, e non potevo non essere ispirato. Erano schizzi veloci mentre gli artisti veri dipingevano il legno che avevo aiutato ad intagliare. Erano solo idee su carta che cercavo di comunicare a persone, lontane migliaia di chilometri. Le buttavo giù così: un po’ per condivisione, un po’ per speranza, un po’ perché era come tenere un diario.

Dopo qualche mese in Australia avevo capito due cose importanti: cosa volevo fare nella vita e che quel progetto non era poi del tutto sbagliato, aveva del potenziale nascosto.

Domenica sera, invece, signicava parlare con i miei genitori. Gli raccontavo tutto o quasi. Forse non di quella passione che non voleva andarsene e di quelle sere in cui facevo le valigie per poi disfarle subito dopo. Ma, probabilmente, avevano già capito tutto. Bene, ora ti starai chiedendo del perché. Del perché volevo tornare in Italia ma non ne avevo il coraggio. In realtà non si trattava di coraggio ma di paura: ammettere di aver sbagliato e tornare sui propri passi.

Ricordo però ancora quella mattina, che in realtà era notte in Italia. Ricordo ancora lo squillo del cellulare mentre scendevo giù dall’autobus per andare a lavoro. Ricordo ancora quando, in vivavoce,

Marco e Andrea urlarono la più bella cosa che avessi mai sentito.

Hai presente quel progetto? Sì, proprio quello che non era andato un granché, all’epoca. Da qualche settimana stava, invece, nalmente decollando. Tutti volevano i nostri prodotti (maglie, cappelli e costumi) con le mie creazioni d’ispirazione australiana. La chiamata terminò in fretta e io piangevo di gioia. Mi misi a correre a perdiato verso casa, prima quella australiana poi quella italiana. Quella volta infatti le valigie furono vere per davvero, come anche i saluti ai miei coinquilini.

Sai che c’è, a volte bisogna fare quasi il giro del mondo per capire chi sei. A volte bisogna solo crederci un po’ di più. A volte bisogna solo avere il coraggio di tornare sui propri passi. All’aeroporto, ad abbracciarmi, oltre ai miei genitori c’erano anche loro: Andrea e Marco, che forse saltavano, per la gioia, più di un paio di canguri. E mentre ci dirigevamo a prendere la macchina nel parcheggio, mi tornò in mente l’ultima opera di street art che avevo visto in Australia. Era una scritta colorata, di quelle dicili da dimenticare. E così dissi:

“Ragazzi, ci chiameremo Fishirt”.